Il flow corre sul ghiaccio

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Le Olimpiadi ci hanno regalato il programma libero più bello di sempre nella storia del pattinaggio su ghiaccio. Aliona Savchenko e Bruno Massot hanno infatti dato vita a uno spettacolo mai visto prima. Per capire di cosa stiamo parlando vi consiglio di andarvi a vedere il video….io l’ho fatto qualche giorno fa e non mi sono ancora ripresa!
Nel frattempo ho letto centinaia di commenti di persone assolutamente distanti dal pattinaggio. Donne, uomini, persone che masticano un po’ di questo sport e altri assolutamente inesperti, tutti lodavano e non si capacitavano della bellezza di questo esercizio. Che siano tutti magicamente diventati tecnici e appassionati di pattinaggio? Assolutamente no. Il fatto è che questa prestazione non si discute. È inequivocabile la sua eccellenza e questo è evidentemente arrivato a tutti. Ma qual è stato l’ingrediente che ha permesso a questo programma di fare breccia e di scolpirsi nella memoria collettiva?
Al di là del punteggio da urlo che ha disintegrato qualsiasi record, ciò che colpisce è ogni singolo istante di questo esercizio. Una fluidità, una continuità dei movimenti, una leggerezza che vanno oltre la perfezione. Ogni movimento sembra venire facile ai due pattinatori, non c’è soluzione di continuità tra un elemento e l’altro e tutto fluisce con incredibile semplicità.
Ecco credo proprio che abbiamo assistito a quello che tecnicamente viene definito flow.
Con flow intendiamo un’esperienza ottimale in cui l’atleta (ma anche qualsiasi persona impegnata in una determinata performance) percepisce che tutto gli riesce facile, non c’è fatica, non ci sono turbamenti, non c’è giudizio né influenza da parte di aspettative esterne. L’attenzione è completamente focalizzata, vi è un totale senso di controllo e il tempo perde di consistenza. Semplicemente si vive il momento presente e l’esecuzione del gesto atletico è fonte di puro piacere. Potremmo definirlo anche “stato di grazia”. Quello che i due pattinatori ci hanno trasmesso è proprio un insieme di tutti questi elementi.
Il flow, va detto, non necessariamente coincide col successo. Può caratterizzare una prestazione vissuta come eccellente ma non necessariamente è riducibile al successo. Certamente lo rende più probabile, a patto che l’obiettivo sia realistico e la preparazione adeguata.  Il flow poi non capita sempre. A volte occorre, a volte no. Non si comanda nemmeno a bacchetta, non è infatti possibile decidere di entrare in uno stato di flow. Tuttavia, esistono almeno tre antecedenti che possono favorire il suo verificarsi. Avere obiettivi chiari, ossia sapere cosa si vuole ottenere (per Aliona e Bruno possiamo immaginare fosse la conquista della medaglia d’oro). Trovare il corretto equilibrio tra le proprie competenze e la sfida che si è chiamati ad affrontare (per i pattinatori era l’aver costruito un programma complesso ma che sapevano di poter pattinare senza sbavature). Identificare riscontri positivi a ciò che si sta facendo, cioè degli indicatori esterni che in tempo reale confermano la bontà della prova (nel caso in questione potevano essere gli applausi del pubblico o dei cenni da parte degli allenatori). A ciò si aggiungono tutta un’altra serie di elementi che contribuiscono alla prestazione perfetta: le condizioni di salute, l’alimentazione, il riposo, le condizioni ambientali, solo per citarne alcune. In sintesi, possiamo dire che non si allena il flow ma ci si può allenare per avere più probabilità di sperimentarlo.
Il flow, così descritto può sembrare un’esperienza misteriosa ed effimera. Attenzione però. Il flow non ha nulla di magico. La magia sta nella prestazione, sta nel vissuto di chi performa in flow e in coloro che hanno la fortuna di assistere a questo capolavoro.

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